Colore & Hobby - Ed. 438 dicembre 2023

85 ra questa direttiva sul nostro patrimonio immobiliare? L’impatto reale della direttiva lo sapremo soltanto quando disporremo di un testo definitivo: il testo, infatti, è ancora in discussione ai tavoli dell’Unione Europea, quindi gli allarmi di tanta stampa italiana relativi agli impatti negativi sulle abitazioni e sugli obblighi di ristrutturazione a carico dei proprietari sono prematuri e ingiustificati, perché sicuramente il testo non rimarrà nella sua forma originaria. Inoltre spetterà agli Stati europei decidere come far rispettare le nuove norme sulle prestazioni energetiche. In ogni caso, il primo mito da sfatare è che tutti gli edifici attualmente di classe energetica G saranno colpiti dalle norme UE. C’è infatti una proposta della Commissione Europea che prevede una ridefinizione delle classi energetiche, il che ridurrebbe di molto gli interventi di ristrutturazione. Nella sua stesura originale, la direttiva coinvolgerebbe in Italia quasi 9 milioni di abitazioni su 12 e mezzo totali; la proposta della Commissione, adesso in discussione, ridefinisce i parametri delle classi energetiche e prevede che in classe G rimarrà soltanto il 15% degli edifici che hanno le prestazioni peggiori su scala nazionale. Una percentuale analoga finirà nella classe successiva e, ai sensi del progetto di normativa, gli edifici residenziali dovrebbero essere ristrutturati per passare dalla classe G almeno a quella F entro il 2030 e dunque dalla F almeno alla E entro il 2033. Secondo questa revisione, in Italia dovranno essere riqualificati da 3 a 3 milioni e 700mila immobili destinati ad uso abitativo. Le eccezioni Sono inoltre previste varie eccezioni in deroga alla direttiva. Si legge, testualmente, che “Gli Stati membri possono decidere di non applicare le norme minime di prestazione energetica -e dunque di ristrutturazione- agli edifici ufficialmente protetti in virtù dell’appartenenza a determinate aree o del loro particolare valore architettonico o storico”, agli “edifici adibiti a luoghi di culto e allo svolgimento di attività religiose”, ai “fabbricati temporanei con un tempo di utilizzo non superiore a due anni, siti industriali, officine ed edifici agricoli non residenziali a basso fabbisogno energetico”, agli “edifici residenziali che sono usati meno di quattro mesi all’anno”, e ai “fabbricati indipendenti con una superficie utile coperta totale inferiore a 50 quadri”. Il testo ‘salva’ dunque i centri storici, le seconde case, i piccoli immobili di campagna e tante altre categorie che gli Stati membri saranno liberi di definire in maniera più o meno restrittiva. o legifera sottendendo almeno uno di questi valori o obiettivi, dovrebbe quindi essere accolto come un’opportunità. Per questo, per il nostro settore, un progetto come quello dell’edilizia green dovrebbe essere ascoltato con interesse e, per quanto possibile, realizzato nell’interesse di tutti. Le costruzioni in Europa sono oggi responsabili del 40% del consumo energetico e del 36% di emissioni di gas serra: cercare di ridurre il loro impatto ambientale è il minimo che possiamo fare. Su questo, tuttavia, nessuno è in disaccordo: le polemiche nascono dall’impatto che la direttiva ha sul sistema Paese. È ovvio che se un provvedimento coinvolge in modo sproporzionato un Paese, senza considerarne realtà specifiche, cultura e tradizioni nascono obiezioni e proteste. La situazione in Italia Che tipo di impatto può avere allo-

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