Globalizzazione: il cambiamento in atto

  • 01 Giugno 2018

Da tempo è in atto un evidente rallentamento della velocità di integrazione dei sistemi economici: la globalizzazione è entrata in una fase di ripiegamento, anche a causa della crescente opposizione sociale e politica, soprattutto nei Paesi avanzati, e proprio in quelli che prima l’avevano promossa quasi come un’ideologia.

Nonostante il protezionismo dilagante e la scelta della Cina di puntare sul mercato interno, l’interdipendenza internazionale dei sistemi economici rimane però molto alta: conseguenza del fatto che la struttura degli scambi internazionali di beni è sempre più condizionata da determinanti di ordine produttivo. Le filiere internazionali di produzione modellano in misura importante la composizione e la direzione degli scambi commerciali, che mantengono una forte inerzia perché sono il risultato dell’interazione strategica tra know-how sparsi in nazioni diverse, molte delle quali in via di sviluppo.

Oggi, proprio nel mondo dei Paesi emergenti si delinea un’ulteriore possibile linea di frattura, dovuta al fatto che la stessa globalizzazione forza verso la specializzazione perché vincola il successo alla rapida acquisizione di un vantaggio comparato che i ‘ritardatari’ sono costretti a ricercare fin dall’inizio del loro processo di industrializzazione. L’effetto è quello di spingersi verso una concentrazione settoriale accelerata e, potenzialmente, verso una de-industrializzazione precoce.
In secondo luogo, le maggiori economie emergenti –Cina in testa– spiazzano le produzioni non solo delle economie avanzate ma anche quelle delle economie in ritardo, sia direttamente (conquistando i mercati senza lasciare spazi per altri attori) sia indirettamente (accaparrandosi la quota maggiore degli investimenti internazionali).
Infine, dentro le catene del valore si è molto evoluta la domanda che i clienti a valle rivolgono ai fornitori, cui è chiesto di realizzare un forte aggiornamento dell’offerta. Essendo le catene internazionali e i fornitori dislocati anche nelle economie in via di sviluppo, ciò comporta in quelle economie un nuovo gap tra chi riesce a tenere il passo e chi no.

Nell’export in valore aggiunto l’Italia regge bene il confronto con gli altri Paesi, tanto che le sue quote mondiali restano invariate. La buona performance del manifatturiero italiano è associata a un’intensa e crescente partecipazione alle catene globali del valore, soprattutto a monte delle filiere, cioè come fornitore di semilavorati. La posizione italiana nella parte iniziale delle catene globali del valore è particolarmente evidente nei confronti della Germania, che è invece posizionata a valle, più vicino agli acquirenti di beni finali. In effetti, la specializzazione a monte si è rivelata un vantaggio competitivo perché ha permesso di trattenere dentro i confini nazionali le competenze e i miglioramenti qualitativi e tecnologici dei fornitori. Allo stesso tempo, però, la posizione all’inizio delle catene globali del valore ha esposto il manifatturiero italiano alla crescente penetrazione delle importazioni cinesi.

L’esplosione della crisi aveva trovato, tra gli altri fattori che l’hanno provocata, un detonatore importante nell’insostenibile crescita dei consumi nei Paesi avanzati (finanziati sempre più a debito) a fronte del trasferimento massiccio di produzione e quindi di reddito in quelli emergenti. Il riaggiustamento della domanda interna ha ridimensionato i deficit commerciali dei primi e la domanda rivolta ai secondi. Questo spinge a riequilibrare anche l’offerta del mondo emergente, riorientandola dai mercati esteri a quelli interni. È l’obiettivo della Cina, dove decenni di basso aumento dei consumi a favore dell’accumulazione di capitale e delle esportazioni hanno lasciato il passo, tra il 2006 e il 2015, all’abbassamento sia della propensione a esportare sia di quella a importare. Il comportamento dell’economia cinese appare, tuttavia, ancora isolato: le altre economie emergenti non hanno ancora raggiunto un livello di industrializzazione paragonabile, che consenta loro di garantire la copertura di quote crescenti della domanda interna, che per giunta non è di dimensioni tali da consentire di alimentare l’offerta nazionale.

 

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