Imprese: com’è cambiato il sistema produttivo dopo la crisi del debito

  • 27 Agosto 2020

A cavallo della fine del primo decennio del 2000, l’economia italiana ha sperimentato una doppia recessione. La prima, condivisa con la maggior parte dei paesi avanzati, è stata originata dalla crisi dei mutui subprime del 2008 e dal seguente collasso del commercio mondiale, mentre la seconda, iniziata nel 2011, è stata innescata da una crisi di fiducia dei mercati internazionali sulla sostenibilità del debito pubblico e ha accomunato i paesi europei più fragili sotto questo profilo.

Quest’ultima crisi ha determinato una profonda ristrutturazione del sistema produttivo italiano attraverso un ampio processo di selezione delle imprese. La successiva fase di ripresa ciclica, culminata nel 2017, non ha tuttavia consentito un pieno recupero delle condizioni pre-crisi ed è stata seguita da un biennio nel quale l’economia italiana ha registrato una sostanziale stagnazione, crescendo nel complesso di circa l’1%.

Come dimostra una recente indagine dell’Istat, da cui sono tratte queste considerazioni, durante gli anni della ripresa ciclica (2014-2017) il sistema delle imprese non aveva del tutto ricostituito la base produttiva persa durante la prolungata recessione del periodo 2011-2014. Nel 2017 le imprese attive in Italia erano ancora quasi 80.000 in meno rispetto a quelle operanti nel 2011 (-1,7%), gli addetti erano oltre 125.000 in meno (-0,7%) e il valore aggiunto complessivo era dell’1,9% inferiore a quello di sette anni prima.

Il ridimensionamento ha colpito soprattutto le attività delle costruzioni e dell’industria in senso stretto. Nel primo caso la selezione è stata severa: è stato perso infatti il 13,6% delle imprese, oltre il 20% dell’occupazione e oltre un quarto del valore aggiunto. Con riferimento alle attività industriali, si è registrata anche una parziale ricomposizione, dal momento che a fronte di una riduzione del numero di imprese (-7%) e degli addetti (-5,1%) tra il 2011 e il 2017 il valore aggiunto è cresciuto del 3,3%. Nel caso delle attività del terziario, tra il 2011 e il 2017 i servizi di mercato hanno accresciuto gli addetti (+4,7%) a fronte di una contrazione in termini di imprese (-1,5%) e valore aggiunto (-2,4%), mentre per i servizi alla persona si sono molto ampliati le unità produttive (+14,2%), l’occupazione (+17,2%) e, in parte, il valore aggiunto (+5,6%).

Sul piano dimensionale emergono differenze altrettanto marcate, con un’evidente divaricazione tra le piccole imprese (meno di 50 addetti), il cui peso si è ridotto, e quelle di medie e grandi dimensioni. Nel periodo considerato, il segmento di unità con meno di 10 addetti ha perso quasi il 2% di imprese (circa 77.000 unità), il 4,2% di addetti (oltre 330.000 individui) e oltre il 10% del valore aggiunto, mentre le piccole imprese (10-49 addetti) hanno mostrato una sostanziale stabilità.

Nel complesso, nel 2017 il sistema produttivo italiano risultava ancora sottodimensionato rispetto ai livelli pre-crisi. La ripresa ciclica ha permesso un’espansione del comparto dei servizi. In quest’ambito, la componente più dinamica in termini di ampliamento di base produttiva e occupazionale è stata tuttavia quella dei servizi alla persona, caratterizzati da una più bassa crescita della produttività per addetto e una minore capacità di trasmissione degli impulsi all’interno del sistema. Si è rafforzato il ruolo delle imprese di media e, ancor di più, di grande dimensione a discapito di quelle più piccole, soprattutto in termini di capacità di generare valore aggiunto, con un generale irrobustimento della struttura produttiva. La questione dimensionale rimane tuttavia centrale, in quanto il sistema resta caratterizzato dalla preponderante presenza di micro imprese.

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