L’industria chimica in Europa

  • 22 Gennaio 2019

La chimica europea è, per molti versi, un’industria di grande successo. Tradizionalmente, l’Europa vanta una leadership mondiale nella produzione di prodotti chimici, come dimostrato da un consolidato avanzo commerciale pari a 49 miliardi di euro nel 2017.

In quell’anno, la produzione chimica mondiale ha continuato a crescere a un ritmo prossimo al 4% ma, rispetto all’anno precedente, l’espansione è risultata decisamente più omogenea e ha coinvolto anche le principali economie avanzate. Il rallentamento della Cina (da +7,7% a +3,8%) è stato, infatti, compensato dal rafforzamento degli USA (+2,5% dopo il +1,0% del 2016) e dell’Unione Europea (+3,5% dopo +0,3%).

La crescita della chimica europea oscura, però, un importante cambiamento in termini relativi: negli ultimi 20 anni, infatti, mentre il valore della produzione chimica europea ha continuato a crescere, la quota sulle vendite globali è diminuita dal 33% al 15% mentre la Cina si è affermata quale primo produttore mondiale con una quota del 41%.

La perdita di attrattività europea emerge chiaramente anche con riferimento agli investimenti, nonostante qualche incoraggiante segnale di risveglio emerso nel 2017, dopo un lungo periodo di debolezza. Così come nella produzione, è ormai la Cina il principale polo di attrazione degli investimenti (99 miliardi di euro nel 2016), ma anche Stati Uniti e Medio Oriente hanno visto un consistente aumento negli ultimi 10 anni.

Tra le diverse cause alla base della perdita di competitività europea, un fattore critico è rappresentato dal costo dell’energia e delle materie prime. Per effetto del boom dello shale gas, produrre etilene in Europa (dove si utilizza prevalentemente la virgin-nafta come materia prima) è diventato più costoso rispetto non solo al Medio Oriente, ma anche agli Stati Uniti. Il ridimensionamento delle quotazioni petrolifere, su livelli ben lontani dai 100 dollari, ha ridotto, ma non completamente annullato, il vantaggio delle produzioni a gas. Inoltre, negli USA gli investimenti in nuova capacità produttiva hanno finora comportato un eccesso di offerta contenuto sulla domanda locale e tale da consentire di selezionare i mercati di esportazione più remunerativi, con un impatto benefico sui margini statunitensi ma non molto rilevante sui prezzi. In prospettiva, però, l’eccesso di offerta potrebbe ampliarsi notevolmente mettendo sotto pressione anche i prezzi di vendita.

La chimica europea sta, nella fase attuale, beneficiando del rallentamento cinese, connesso anche alla chiusura delle produzioni più inquinanti. L’impegno cinese verso la riduzione dell’impatto ambientale rientra, però, in una strategia complessiva che punta a passare da un modello basato sulle quantità ad uno basato sulla qualità. Ciò nel breve termine riduce i problemi di sovraccapacità, ma nel medio termine potrebbe mettere a rischio la stessa leadership tecnologica europea. Allo stesso tempo, l’industria chimica sta attraversando un processo di trasformazione volto a rispondere ai bisogni della società in termini di lotta ai cambiamenti climatici, economia circolare e, più in generale, maggiore sostenibilità attraverso la gestione sicura delle sostanze chimiche, energia pulita e trasporti, nuovi metodi di lavorazione e materie prime alternative. L’industria chimica è in grado di fornire soluzioni per queste sfide sociali, ma la domanda è se esse saranno sviluppate in Europa oppure in altre parti del mondo e poi importate in Europa, con la conseguente perdita di crescita e opportunità di lavoro altamente qualificate, stabili e ben retribuite.

 

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