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Reddito: il bilancio delle famiglie italiane

  • 06 Giugno 2018

Secondo le informazioni riportate dagli oltre 7.000 nuclei familiari intervistati dalla Banca d’Italia, nel 2016 il reddito annuo familiare, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, è stato in media pari a circa 30.700 euro, a fronte dei 30.600 del 2014. Al netto della variazione dei prezzi, è un valore sostanzialmente analogo a quello rilevato nelle indagini sul 2012 e sul 2014, ma ancora inferiore di circa il 15% a quello registrato nel 2006, prima dell’inizio della crisi finanziaria globale.

Tra il 2014 e il 2016 il reddito medio familiare è stato sospinto da quello da lavoro dipendente che ha beneficiato della crescita del numero di percettori e dell’aumento delle retribuzioni medie annue pro capite. Per contro, sono diminuiti, ancorché in misura contenuta, i redditi da lavoro autonomo, da proprietà e da pensioni e trasferimenti; in quest’ultimo caso, il calo è derivato dalla riduzione della quota di famiglie che li percepiscono, a fronte di una crescita dei loro valori medi. Considerando le sole famiglie in cui il capofamiglia ha meno di 65 anni, la quota di persone che vivono in famiglie senza alcun percettore di reddito da lavoro è diminuita nel 2016 all’8,7% dal 10,4 nel 2012; rimane tuttavia di 1,2 punti superiore al valore del 2006. Tra il 2006 e il 2016, la quota di persone che vivono in nuclei familiari con due o più percettori di redditi da lavoro è diminuita dal 50,7 al 45,4%, anche per effetto di fattori demografici. Nel Mezzogiorno, il 13,3% degli individui vive in famiglie senza alcun percettore di reddito da lavoro rispetto al 6,1 nel Nord e 6,9 nel Centro.

A fronte della sostanziale stabilità del reddito medio familiare in termini reali, il reddito medio equivalente, una misura che meglio approssima il benessere economico individuale tenendo conto della dimensione familiare e delle economie di scala che ne derivano, è salito a circa 18.600 euro nel 2016, il 3,5% in più rispetto a due anni prima, dopo essere diminuito, ancorché con diversa intensità, tra il 2006 e il 2014.
L’andamento favorevole del reddito equivalente si è accompagnato con la ripresa della quota di famiglie che hanno dichiarato di essere riuscite a risparmiare parte del loro reddito (in media, dal 27 al 33%). Tra le famiglie appartenenti al 30% con reddito più basso è però cresciuta anche la quota di quelle che hanno dichiarato di aver fatto ricorso ai risparmi o di essersi indebitate per finanziare la propria spesa. È altresì diminuita la quota di famiglie che nel 2017 hanno dichiarato di arrivare a fine mese con difficoltà (al 31 dal 35% della rilevazione di due anni prima). Nel loro complesso, le famiglie si attendevano un andamento ancora positivo del loro reddito nel corso del 2017: la quota di nuclei che ne prevedevano una crescita superiore a quella dei prezzi è raddoppiata all’8%, mentre è diminuita di oltre 8 punti, al 44%, quella di famiglie che ne prefiguravano una flessione.

La crescita del reddito equivalente reale ha interessato i nuclei con capofamiglia (il componente con il reddito maggiore) fino a 55 anni e con oltre 65 anni e quelli dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. È invece proseguita la caduta dei redditi equivalenti per le famiglie con capofamiglia tra i 56 e i 65 anni e per quelle dei lavoratori autonomi.

L’indice di Gini del reddito equivalente nel 2016 è salito al 33,5% e la crescita della disuguaglianza si è accompagnata a un ulteriore aumento, a circa il 23%, della quota di individui con reddito equivalente inferiore al 60% di quello mediano, soglia convenzionalmente usata per individuare il rischio di povertà. L’incidenza di questa condizione è più elevata tra le famiglie con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero, e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno.

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