Dal rapporto Svimez segnali di declino demografico al Sud

  • 17 Febbraio 2021

Secondo il rapporto Svimez 2020, il Mezzogiorno sarebbe destinato ad un lento e pesante declino demografico. Dal 2019 al 2065 la popolazione italiana dovrebbe ridursi di 6,9 milioni di abitanti, di cui 5,1 milioni in meno al Sud e 1,8 nel Nord. Nel Mezzogiorno si concentrano dunque i tre quarti delle perdite nazionali a fronte di una popolazione che vale poco più di un terzo del totale. Nel Sud, in particolare, una fragile demografia poggia su un altrettanto fragile tessuto economico.


La popolazione dell'Italia dal 2015 ha smesso di crescere, da allora non sperimenta che continui e crescenti cali che investono il Nord ma molto di più il Sud. La natalità si è ridotta, infatti, in modo impressionante: ancora nei primi anni ’70 l’Italia era tra i paesi a più elevato numero di nascite, ora è tra quelli che ne hanno meno e nel 1995 con 1,19 figli per donna raggiunge il poco invidiabile record mondiale. La tendenza si è aggravata dal 2011, quando anche il Mezzogiorno si avvia sul sentiero della decrescita naturale che si manifesterà negli anni successivi con particolare intensità.

La perdita di popolazione nel Mezzogiorno si concentra nella componente in età da lavoro. Dall'inizio del nuovo secolo ad oggi, la popolazione meridionale è diminuita di 33mila abitanti a fronte di un aumento di 3 milioni e 282 mila nel Centro-Nord; nello stesso periodo la popolazione del Sud, al netto degli stranieri, è diminuita di 777,2 mila unità, e quella del Nord appena di 15,5 mila unità. Il Mezzogiorno aveva raggiunto il massimo storico nel 1948 e dal 1964 non ha sperimentato che costanti, robuste riduzioni.

Nel Mezzogiorno, nel 2019 sono nati 150,4 mila bambini, 6,4 mila bambini in meno che nel 2018 e 329 mila in meno rispetto al picco raggiunto nel 1947. Nel 2019, tutte le regioni italiane hanno registrato un saldo naturale negativo e in netto peggioramento rispetto all’anno precedente. Nel 2018 si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 138mila residenti, di cui 20 mila hanno scelto un paese estero come residenza, una quota decisamente più elevata che in passato, come più elevata risulta la quota dei laureati, un terzo del totale. Quasi i due terzi dei cittadini italiani che nel 2018 ha lasciato il Mezzogiorno per una regione del Centro-Nord, aveva almeno un titolo di studio di secondo livello: diploma superiore il 38% e laurea il 30%. La perdita di capitale umano altamente specializzato appare in tutta la sua gravità ove si consideri che nel Mezzogiorno tra la popolazione residente di 15 anni e più il 32% è in possesso di un diploma superiore, mentre solo l’11% di una laurea. Il flusso di emigrati dal Sud verso il Centro-Nord ha raggiunto nel 2018 circa118mila unità, 7 mila in più dell'anno precedente.

Le partenze più consistenti avvengono nelle regioni più grandi come la Campania con 33,8 mila unità, la Sicilia con 28,7 mila e la Puglia con 21,2mila unità; ad esse si unisce la Calabria (14,8 mila) che presenta il più elevato tasso migratorio, 4,5 per mille seguita da Basilicata (3,8 per mille) e Molise (3,5 per mille).Nel Mezzogiorno il pendolarismo fuori regione è decisamente più intenso che nel resto del Paese, nel 2019 è praticato da circa 240mila persone, il 10,3% del complesso dei pendolari dell’area a fronte del 6,3% nel Centro-Nord. Un quinto dei pendolari meridionali (57 mila unità) si muove verso le altre regioni del Sud; i restanti quattro quinti (185 mila pari al 3% degli occupati residenti) si dirigono verso le regioni del Centro-Nord o i paesi esteri.

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